TRADUZIONI DA MALLARMÉ
PREMESSA – TENTATIVO DI ACCOSTAMENTO A MALLARMÉ
Nel presentare l’iniziativa che ho qui l’impudenza di rendere pubblica, mi preme innanzi tutto dire con chiarezza che sono consapevole che di impudenza (o di protervia, se preferite) appunto si tratta. Tradurre poesia, e ancor piú poesia di altissimo livello, è impresa che per solito non tentano i titani – palesemente impegnati in ben altre faccende – quanto piuttosto i pazzi temerari, o gli innamorati confusi e accecati dalla passione, che son poi la stessa cosa... Poesia è ciò che non si può tradurre, sosteneva Thomas Eliot, pur accettando traduzioni di poemi suoi e leggendo quelle nella sua lingua di poeti stranieri. Mallarmé hanno tentato di tradurlo in molti, in italiano: a partire da certi “colossi” della nostra letteratura (come Ungaretti o Marinetti) per finire con i traduttori, per cosí dire, “di professione”, sovente a ciò indotti da editori ignari della difficoltà, oltre che del probabile fallimento dell’impresa in sede culturale (economica non è detto). E non saprei dire quanto gli uni e gli altri si siano resi conto dell’insolenza di cui hanno dato prova; di certo posso affermare che ne è consapevole chi oggi si pone su quella medesima strada, ossia va a proporre, con il presente libretto, la propria personale “versione” dei fatti. Cosí, in questa sede, non parlerò certo delle traduzioni altrui, ma parlerò invece dell’impossibilità del tradurre in generale, e altresí della traduzione che di tale impossibilità ho azzardato nel caso di questa cosí detta “traduzione” mia.
C’è da considerare in primis – fatto per altro risaputo e sul quale non mi soffermerò piú di tanto – che le trasposizioni da una lingua all’altra, e specialmente quelle relative a scritture capaci di sollecitare contenuti psichici complessi, cioè di sommuovere istanze di significato che non sono semplicemente e immediatamente rispecchiate nella letteralità testuale, nel rapporto puro e duro tra parola e suo valore semantico da dizionario, sono sempre parziali, approssimative, inesaustive, ovvero (a ben guardare) fatalmente insoddisfacenti. Ma lo sono in modo particolare, e piú grave ancora, quando la pretesa del traghettatore è quella di mantenere – rispetto al testo originale e alla semiosi che esso attiva – una “fedeltà” di significato, un’aderenza concettuale, una sostanzialità esatta, le quali, di fatto, sono rese impossibili dalla differenza e inconfrontabilità delle strutture significanti tra una lingua e l’altra: essendo che ogni lingua possiede un orizzonte psicologico a lei sola proprio e congruente, e che la stratificazione profonda del testo in rapporto a tale orizzonte è ciò che dà senso al “senso” nella sua completezza; se si tratta di poesia, a fortiori!
Questo vale, infatti, ogni qual volta la parola, in un testo originale, non è semplice trascrizione di un pensiero preformato e rappresentabile in assoluto, ossia anche al di là della sua forma verbale, ma si offre al contrario come luogo imprescindibile di creazione del pensiero nell’atto medesimo con cui essa si fa (la parola, la scrittura): sicché, nel suo farsi appunto, lo genera, lo accoglie, coltivandolo e accudendolo, e facendolo quindi germogliare come un fiore – direbbe esattamente Mallarmé – che era (in precedenza) l’assente da ogni mazzo. «A ognuno forse basterebbe, per scambiare il pensiero umano, prendere o mettere nella mano altrui, in silenzio, una moneta». Ovvero: per quali ragioni scrivere poesie se si tratta solo di concetti preesistenti che devono essere veicolati? E infatti, ancora Mallarmé in Crisi di verso: «A che pro la meraviglia di trasporre un fatto di natura nella sua quasi scomparsa vibratoria secondo il gioco della parola; se non perché ne emani, senza il fastidio di un prossimo o concreto richiamo, la nozione pura?». Tenterò di parafrasare, benché sia impresa ardua: per quale ragione stupirsi, provare la meraviglia di evocare un fatto reale, ossia di trasporlo nella sua quasi completa scomparsa – che avviene in base al gioco della parola (usando il linguaggio) – se non per ricavarne l’essenza piú pura e indicibile?
Ma l’essenza è già di per sé un’assenza. Questo distillato, che il linguaggio poetico coglie nel momento in cui astrae dalla concretezza del reale, è anche una mancanza, è l’anima della realtà e la sua negazione in sol tempo: l’assente da ogni mazzo. Pertanto è ovvio, piú che mai nel caso di Mallarmé, il poeta piú arduo e “complicato” di tutta la letteratura occidentale, che l’assunto di Eliot non lasci scampo: non si può tradurre. Quel che si potrà fare sarà tutt’al piú quel che ho tentato qui: si potrà provare a ri-generare una dimensione di stimolo per la mente, una rete di suggestioni, un’aura fatta di richiami e di risonanze, di effetti subliminali e di incanti evocativi: da un lato tenendo conto della natura propria della lingua in cui lo si fa, della sua capacità di agire nel profondo della psichicità collettiva di coloro che la parlano fin dalla nascita, dall’altro cercando di conseguenza maggiormente la restituzione di corrispettivi effetti di senso che non la trasposizione delle forme in sé e per sé, sulla base di norme grammaticali statuite, e infine ancora lavorando su una sensibilità personale, quella dell’autore della “traduzione”, che ben si gestisce in quanto appunto personale.
Su quest’ultimo aspetto desidero spendere qualche altra parola. Sono persuaso che un (sempre cosí detto) traduttore, se ha l’audacia di sentirsi a sua volta poeta, abbia il dovere di esprimere prima di tutto il proprio intendimento, la propria sensibilità, che si manifesta in una soggettivissima interpretazione della scrittura altrui, in buona sostanza le proprie emozioni di lettore, allorché ha l’altrettale audacia di trasporre nella sua lingua un poeta che ama. Credo infatti che il presunto rispetto per l’oggettività delle istanze poetiche dell’autore “trasposto” non solo sarebbe difficilmente praticabile – stante che una simile oggettività è un mero equivoco critico-didattico – ma configurerebbe altresí un atteggiamento del tutto dannoso, perché andrebbe ad implicare una terrificante banalizzazione del testo eponimo e un risultato del tutto parziale e perfino sciatto a livello di testo nuovo prodotto.
In un certo senso, in piú di un senso, la scrittura della congetturata “traduzione” viene ad essere, in tal modo, testo di poesia originale dell’autore nuovo, che andrà valutato sia per il suo pur indubbio rapporto con quel che è stato “tradotto”, sia di per sé, per quel che vale – e cioè riesce ad esprimere e a suscitare – in quanto testo a proprio turno autentico e autonomo. Il che nulla toglie al ruolo di ciò che viene “tradotto” e alla sua importanza nell’economia dell’operazione. Si tratta di ammettere che il gioco suggerito a chi legge Mallarmé in italiano, nella versione offerta da questo libro, sarà infine dialettico e in certo qual senso “equilibrato”: gioco d’equilibrio, insomma, dato che il lettore sarà chiamato ad oscillare tra il gradimento per l’opportunità che gli si prospetta di un plausibile approccio alla grande arte del poeta francese (plausibile e comunque per definizione parziale: non avendo egli, di fatto, o almeno cosí si presume, accesso linguistico diretto ai testi originali) e l’incombenza d’esser posto di fronte a una prova di scrittura italiana che intende accogliere la responsabilità di esibirsi come operazione letteraria nuova e valida. In tale gioco, è chiaro che Mallarmé, con il suo immenso carico di fascino e di cultura, con l’indicibile bellezza, perfezione e complessità delle proprie invenzioni verbali, funge da motore e da ineludibile punto di partenza, ideatore del progetto e del palinsesto, mentre l’autore dei versi italiani, il quale appunto non si è sottratto alla sfida, vuole provare ad essere una sorta di artista-interprete, di re-inventore, di corresponsabile dell’esito a pieno titolo: stabilendo con l’autore eponimo una relazione simile a quella (per intenderci) che un regista teatrale odierno – non di teatro borghese di pura “esecuzione”, ma di ricerca e di sperimentazione – intrattiene con le opere di un autore classico, dove cioè il testo originale rivive in un evento artistico che trae da esso vocazione e materiali, ma che non di meno accetta il rischio dell’opera nuova e indipendente.
Per entrare un poco nel merito del metodo impiegato, ossia anche per dare maggior sostanza a quanto è stato fin qui detto, ribadirò ancora che il testo italiano si guarda bene dall’inseguire una (impossibile) “fedeltà” ai testi francesi – la cui stupefacente forza rischierebbe un immediato collasso se essi fossero “tradotti alla lettera” – per mettere invece in primo piano valenze estetiche irrinunciabili, e per dare dunque ampio spazio alla propria esigenza di fare (prima di ogni altra cosa) poesia italiana. Ogni testo mallarmeano è stato ricostruito, piú che traslato, tenendo conto di scansione ritmiche e di effetti musicali che – sulla base della tradizione poetica nostra con il suo plurisecolare portato psicologico-culturale – sortiscono da scelte relative alla versificazione e alla retorica fonetica. Gioverà ripetere infatti che la poesia agisce (produce significato) muovendo da istanze formali ossessivamente coltivate, da valori plastici della parola che travalicano di gran lunga il campo delle sue adibizioni in ambito pratico o anche in sede letteraria prosastica; e che essa ottiene e sprigiona forza dal suo rendere la parola musicale, penetrando le piú recondite capacità di rimando e di associazione della medesima in chiave formale; e che è evidente che ogni lingua ha in tal senso caratteri esclusivi, e che impone una propria serie di “regole” (che non è il termine migliore), ma insomma un proprio spettro – per altro vastissimo – di giochi possibili e di correlati effetti. Cosí immaginare di poter “tradurre” senza rielaborare l’impianto verbale nella sua tessitura lessicale e sintattica, senza sostanzialmente sconvolgere la struttura del testo originario, equivale a disporsi a parafrasare in prosa, nella migliore delle ipotesi, e anche (dato che di prosa non si tratta) ad aprire le porte al ridicolo in versi.
Aggiungo che – nel rispetto delle convinzioni testé esposte – ho impiegato dove possibile metri esatti (l’endecasillabo per lo piú, ossia il metro italiano per eccellenza), talora anche provando a rafforzare la struttura del testo con rime e altre forme di consonanza, e comunque liberamente rapportandomi, di volta in volta, a meccanismi di costruzione ritmico-fonica che sentivo come “soddisfacenti” per quel dato passaggio verbale. Inutile ricordare che in Mallarmé ogni testo è in metrica rigorosa – siamo nel diciannovesimo secolo! – e che l’impianto rimario è onnipresente... Ma è anche palese che per far qualcosa di simile in italiano si dovrebbe rinunciare non dico alla già esecrata “fedeltà” testuale, ma piuttosto a qualunque sia pur vaga forma di attinenza contenutistica, il che equivale a dire che si dovrebbero scrivere poesie in proprio e non proporre quelle di un altro poeta... Senza contare che cotali rigidezze e regolarità sortirebbero alle orecchie del lettore odierno effetti di certa stucchevolezza o quanto meno di antiquariale prostrazione!
Anche per questo problema si è trattato dunque di affidarsi al buon senso, quasi istintivo, che la consuetudine con la scrittura poetica, in versi e non solo in versi, può concedere di mettere in opera: elaborando ogni volta i corrispettivi ammissibili, ovvero percepiti come adeguati, della magnifica texture mallarmeana, saggiando talora piú il tono e il timbro che non l’esito immediato di contenuto discorsivo, e considerando che tale esito, poi, non è per nulla cosí immediato – provenendo da Mallarmé – nemmeno nell’originale francese. Ho tentato di schiudere il mio testo alle maggiori ampiezze di alone semantico e di vibrazione interna della parola, agendo per cosí dire “in parallelo” al testo da tradurre; ho cercato quindi l’eco reciproca di ogni parola sull’altra, il rimando evocativo insistito, e per farlo ho mobilitato tutte le risorse della retorica, tutti gli slittamenti metaforici, tutte le ambiguità sintattiche, tutte le prerogative di apertura, appunto, che la mia lingua e il mio ingegno mi hanno saputo suggerire. Rimane che sarà il lettore a giudicare la qualità del lavoro fatto, anche come risposta al proprio desiderio di godimento estetico, e a valutare la possibilità di trarne qualche frutto per il proprio tentativo di accostamento all’ineffabile continente Mallarmé.
INDICE
Brindisi (1893)
Il pomeriggio di un fauno (1876)
Taciuto all’opprimente nembo… (1895)
Foglio d’album (1890)
Tomba (anniversario, gennaio 1897)
Ventaglio (di Méry Laurent, 1890)
Ventaglio (di Madame Mallarmé, 1890 ca.)
Brezza marina (1865)
Il vergine, il vivace… (1885)
Vittoriosamente scampato… (1885 ca.)
La tomba di Baudelaire (1895)
Stanco dell’amaro riposo… (1864)
Brindisi funebre (1872-73)
Prosa (1884)
Qual seta dai balsami del tempo… (1885)
Quando minacciò l’ombra… (1883)
Brindisi (1893)
Nulla, una schiuma, vergine verso
A non designar che la coppa;
Cosí lontano una frotta si tuffa
Di
sirene, più d’una riversa.
Navighiamo, o miei diversi
Amici, io di già sulla poppa
Voi sulla prora fastosa che fende
Il flutto di fólgori e inverni;
Una bella ebbrezza mi spinge
Senza temer del suo stesso rollío
In piedi a far questo brindisi
Solitudine,
stella, scogliera
A tutto ciò che ci valse
Il bianco affanno della nostra tela.
– § – § – § –
Il pomeriggio di un fauno
(1876)
(Egloga)
Il Fauno
Quelle ninfe, io le voglio
perpetuare.
Sí
trasparente,
e leggero il loro
incarnato, ch’esso nell’aria
volteggia assopita di
torpori fitti.
Amai
forse un sogno?
Il mio dubbio, groviglio di una notte antica, si estingue
in piú d’un rameggio
sottile, il quale, rimasto gli stessi
veri boschi, prova, ahimè!
ch’ero io solo a celebrare
il mio trionfo nell’ideale
disguido delle rose.
Riflettiamo...
o se
le femmine di cui parli
fossero d’augurio ai tuoi
sensi favolosi!
Fauno, l’illusione dilegua
dagli occhi azzurri
e freddi della piú casta,
come una sorgente in lacrime:
ma dell’altra, colma di
sospiri, puoi tu dire che si
insinui nel tuo vello come
diurna e calda brezza?
No! Nell’immobile e
languido deliquio che di calori
soffoca il mattino fresco
se a lui si oppone,
non mormora altra acqua
che quella del mio flauto
versata sui cespugli in
gocciole d’accordi;
e il solo vento che muove
dai calami accoppiati
anzi che il suono si
disperda in pioggia secca,
è, all’orizzonte non
turbato da una ruga,
il visibile e sereno
soffio artificiale
dell’ispirazione, che
ritorna al cielo.
O rive siciliane di una placida palude
che la mia vanità depreda
in concorrenza ai soli,
silenziosa sotto i fiori
di scintille, NARRATE
“Che io intagliavo là
le cave canne
e le domavo col talento;
quando, sull’oro glauco
di lontane sponde recanti i loro rami
alle fontane,
ondeggia nel riposo una parvenza
bianca d’animali:
e come nel preludio lento da cui
nascono i richiami
quello stormo di cigni, no! di naiadi
si pone in salvo
o si tuffa...”
Inerte, tutto
brucia nell’ora fulva
senza rivelare per che arte dileguò
insieme
troppo imeneo auspicato da chi cerca
il la:
allora mi risveglierò intatto al mio
fervore,
eretto e solo, sotto un fiotto di luce
antico,
Giglio! e uno di voi tutti per
l’ingenuità.
Ben piú di un dolce nulla sussurrato
dalle labbra,
il bacio, che sottovoce delle perfide
fa certi,
un morso misterioso sul mio seno, già
vergine
di prove, attesta un dente venerato;
ma basta! tale arcano elesse a
confidente
il vasto giunco gemino che sotto
l’azzurro
suona: che invoca a sé lo stupore
della guancia,
e sogna, in un assolo prolungato,
di illudere bellezza intorno con
sottili
malintesi tra lei stessa e il nostro
canto;
e così, come fa amore in alto
modulando,
dalla consueta immagine di un dorso o
liscio
fianco seguíti a occhi chiusi, di fare
evaporare una vana melodia conforme.
Cerca dunque, strumento di mie fughe,
o malefica
siringa, di rifiorire là sui laghi ove
attende
questa fede! Io, del mio clamore
fiero, vo
a parlare delle dee; e con fanatiche
pitture
alle loro ombre slaccerò altre
cinture:
così, quando dell’uve ho succhiato
tutto
il chiaro, per opporre al mio
rimpianto
una finta che lo eluda, ridendo, io
levo
al cielo estivo il grappolo svuotato,
e avido
d’ebbrezza, soffiando le sue bucce
luminose
io vi guardo dentro fino a sera.
O ninfe, inturgidiamo altri RICORDI.
“Il mio occhio, traforando i giunchi,
dardeggiava
ogni immortale nuca, che la ferita
andava a spegnere
nell’acqua, con un grido di furore
lanciato ai cieli
e alle foreste; e il tuffo splendido
dei capelli
già dispare tra lampi e brividi, o
gioielli minerali!
Accorro; allorché s’intrecciano ai
miei piedi (sfinite
di languore per quel male d’esser due)
due dormienti,
avvinte nell’azzardo delle braccia; le
rapisco,
e, senza separarle, volo a quel folto
esecrato
d’ombra frivola, di rose esalanti al
sole ogni profumo,
che vedrà i nostri guizzi fare a gara
con la luce consumata.”
Io t’adoro, corruccio delle vergini, o
selvatica
delizia di un fardello sacro e nudo
che di sdegno
sguscia dal mio labbro in fuoco
mentr’ei si beve,
in un lampo che trasale! il terrore
ascoso della carne:
dai pie’ dell’inumana al cuore della
pavida
quando insieme le abbandona
un’innocenza sola,
irrorata di sciocchi pianti o di umori
meno tristi.
“Il mio delitto, lieto di sgominare le
paure
traditrici, è d’aver disciolto una
matassa
di capelli e baci che gli dei volevano
legati:
poiché, se cercavo di nascondere nelle
felici
pieghe d’una sola il mio sorriso
audace
(all’altra ingenua toccando con un
dito
il suo candor di piuma, ché si
tingesse
nel vedere la sorella sì turbata: ed
ella
neppure ne arrossiva), ecco che dalle
mie braccia,
ammolcite da trapassi sovrumani,
quel bottino se ne fugge ingrato e
senza pena
per il singhiozzo di cui ero ancora
inebriato.”
Tanto peggio! Verso la fortuna altre
mi condurranno
con le trecce avvinghiate alle corna
del mio capo:
tu sai, mia passione, che purpurea e
già matura
ogni melagrana scoppia e d’api
mormora;
e il nostro sangue, avido di chi lo
vuole assaporare,
scorre fluido per l’eterno sciame del
desiderio.
Nell’ora
che vede questo bosco tingersi d’oro
e cenere, una festa s’esalta tra le foglie
spente:
Etna! è alle tue pendici dimora di
Venere
ch’ella posa i talloni puri tra le
lave,
quando romba un sonno uggioso o la
fiamma cede.
Regina, ti tengo!
O inevitabile
castigo...
No, ma l’anima
svuotata di parole e questo corpo
appesantito
tardi si piegano all’imperiosa quiete
del meriggio:
è il caso di dormire ora nell’oblio
della bestemmia,
disteso sulla sabbia arida e, come mi
piace,
con la bocca aperta all’astro valido
del vino!
Coppia, addio; vado a conoscere
l’ombra che divenisti.
– § – § – § –
Taciuto all’opprimente nembo… (1895)
Taciuto all’opprimente nembo
scoglio di basalto e lava
persino
all’eco schiava
di una tromba senza vanto
Il naufragio ricco di disastro
(tu lo sai, schiuma, ma ci sputi)
unico e supremo dei detriti
nudo abolisce l’albero maestro
Oppur furente in che mancato
d’una più alta simile rovina
tutto il vano abisso dispiegato
Nel così bianco pelo che trascina
avaramente avrà annegato
un fianco di sirena ancor bambina.
– § – § – § –
Foglio d’album (1890)
D’un tratto e
via per gioco
fanciulla che
voleste un poco
udire il legno
rivelarsi
dei miei
svariati flauti
A me par che
simil gara
tentata innanzi
alla natura
a qualcosa
valga se la poso
solo per
guardarvi in viso
Sí questo vano soffio
ch’escludo al
limite remoto
il mezzo perde
per inibito dito
allor che
riprodurre vanta
Il vostro
naturale e chiaro
riso infantile che l’aria incanta.
– § – § – § –
Tomba (anniversario, gennaio 1897)
Il masso
crucciato che bora vi giri
non si placherà
sotto mani pietose
tastanti, a
benedire un calco funesto,
la sua
somiglianza con i dolori umani.
Qui se vi tuba
quasi sempre il colombo
un lutto
simbolico con nubili manti
opprime l’astro
votato al domani
che le schiatte
farà brillare d’incanti.
Chi cerca,
percorrendo il balzo solitario
o ieri
esteriore del nostro vagabondo –
Verlaine?
Nell’erba è nascosto Verlaine
A non cogliere
che mitemente concorde
senza labbra
bagnarvi o seccarvi il respiro
un rivo poco
profondo calunniato la morte.
– § – § – § –
Ventaglio (di Méry Laurent, 1890)
Per vivere
tutte in una sola
qual bianco
calice improvviso
sí rose frigide
interromperanno
il soffio
vostro divenuto brina
Ma che il mio
palpito dischiuda
con uno choc
profondo il mazzo
per cui sia
fusa tal freddezza
in un sorriso
ebbro di fiorire
E a sparger
cieli nel dettaglio
piú che una
fiala ben serrata
tu mi convieni
o buon ventaglio
Ché senza
occludere a smeriglio
illibata
interdici che dilegui
di Méry
l’essenza profumata.
– § – § – § –
Ventaglio (di Madame Mallarmé, 1890 ca.)
Con in guisa di
linguaggio
non che un
palpito celeste
s’apre il verso
d’avvenire
staccato da una
ricca veste
Ala di sussurri
messaggera
tal ventaglio
se è lo stesso
cui alle spalle
ha luccicato
il riflesso di
uno specchio
Limpido (ma già
si posa
calata grano
dopo grano
un po’ di
cenere sottile
sola a rendermi
inameno)
E ancora tale
esso appare
in mano lesta a
ventilare
– § – § – § –
Brezza marina (1865)
La carne è
triste, ahimè! e ho letto tutti i libri.
Fuggire! fuggir
lontano! Io sento uccelli che son ebbri
di viver tra le
spume ignote e i cieli. Nulla,
neppure i bei
giardini che son riflesso agli occhi
fermeranno
questo cuore che si tuffa in mare,
o notti! Né la
luce desolata della lampada
sull’illibato
foglio che il biancor difende,
né la giovane
donna che allatta il proprio infante.
Partirò! Nave
dall’ondeggiante velatura,
leva l’ancora
per un’esotica natura!
Una noia,
afflitta da speranze ben crudeli,
crede ancora
agli addii fatali dei foulards!
E forse
l’albero maestro, invito alle tempeste,
è di quelli che
il vento piega nello schianto
dei naufragi:
senz’alberi, senz’alberi, né isole feconde...
Ma ascolta, o
mio cuore, dei naviganti il canto!
– § – § – § –
Il vergine, il vivace…
(1885)
Il vergine, il vivace,
l’oggidí stupendo
verrà a squarciare con un
ebbro colpo d’ali
questo duro lago ch’è
obliato sotto il gelo
di un limpido ghiacciaio di
mai spiccati voli!
Un cigno d’altri tempi si
rammenta che fu lui
la Gioia... ma di librarsi
non ha piú speranza,
se del vivere ha taciuto la
regione in cui
quando l’inverno sterile
risplende nella noia.
Il lungo collo scuoterà una
lenta morte bianca
inflitta dallo spazio
all’uccello che lo nega,
ma non l’onta del suolo ove
la piuma è presa.
Fantasma che a quella terra
il suo fulgóre arreca,
s’immobilizza in un sogno
freddo di disdegno
di cui s’avvolge
nell’esilio ozioso, il Cigno.
– § – § – § –
Vittoriosamente scampato… (1885 ca.)
Vittoriosamente scampato il
suicidio bello,
brace di gloria! sangue che
schiuma! oro! tempesta!
O gioia se in basso un
rossore s’appresta
a decorare regale il mio
sepolcro che manca.
Che! di tutto lo schianto
non un lembo rimane
a vincere l’ombra che ci fa
festa (è mezzanotte)
a meno che un gioiello
presuntuoso di testa
non versi l’accarezzato
languor senza lume,
La tua, sí, che è sempre
delizia! La tua
che sola del cielo
scomparso trattiene
nella chioma un po’ di
puerile trionfo
Di luce: allorché sui
cuscini la posi
elmo guerriero di
imperatrice bambina
raffigurabile
solo come pioggia di rose.
– § – § – § –
La tomba di Baudelaire (1895)
Inumato il tempio diffonde
dalla bocca
funesta cloaca bavosa di
melma e rubini
il muso infiammato che
latra selvaggio
di qualche abominevole
idolo Anubi
O che il moderno gas torca
la miccia
losca che copre si sa le
offese subite
crudo esso accende un pube
immortale
il cui furto nel chiarore
si scopre
Qual fronda secca nelle
città senza sera
potrà bene dire come
l’Ombra si placa
di Baudelaire invano contro
il marmo votivo
Assente nel velo che la
cinge di brividi
lei la sua Ombra un
tutelare veleno
respira inesausta mentre noi ne moriamo.
– § – § – § –
Stanco dell’amaro riposo
(1864)
Stanco dell’amaro riposo
ove pigrizia offende
la gloria per cui un tempo
io fuggii l’infanzia
adorabile dei boschi di
rose sotto l’azzurro
naturale, e sette volte più
stanco
del voto crudele di aprire
vegliando una fossa
nella terra fredda e
ingrata del mio cervello,
un becchino spietato per la
sua sterilità:
– Che dire all’Aurora, o Sogni, visitato
da rose, quando, spaurito
dai lividi fiori,
il gran cimitero unirà le
sue fosse vuote? –
Io voglio abbandonare
l’Arte vorace di un paese
crudele, e, sorridendo ai
rimproveri antichi
che mi fanno gli amici, il
passato, il genio
e la lampada che troppo
conosce di questa agonia,
voglio imitare il Cinese
dal cuore limpido e fine
la cui estasi pura è nel
dipingere su tazze di neve,
nel bianco rapito alla
luna, la fine di un fiore,
che la trasparente sua vita
bizzarro profuma,
il fiore che egli ha
sentito, ancora fanciullo,
innestarsi alla filigrana
turchese dell’anima.
E, tale nel sogno palese
del saggio la morte,
sereno io sceglierò un
paesaggio aurorale
per dipingerlo ancora su
tazze, incurante.
Un lago è linea pallida
d’azzurro sottile
nella porcellana di un
cielo senza sostanza,
una falce di luna perduta
in una nuvola bianca
immerge il placido corno
nell’acqua di fredde falde,
poco lontano da tre lunghe
ciglia di canne, smeralde.
– § – § – § –
Brindisi funebre (1872-73)
Della nostra fortuna, tu, il
fatale emblema!
O livida bevuta, saluto di
demenza, non credere
che alla magica speranza di
un incontro io alzi
questa coppa vuota in cui
soffre un mostro d’oro!
Il tuo fantasma non potrà
bastarmi: perché io stesso
ti ho calato in una stanza
di porfido sontuoso.
Il solo rito è nelle mani
che spengono la torcia
contro il ferro duro delle
porte della tomba:
e mi è difficile ignorare,
scelto in questa
cerimonia famigliare a dire
in versi la sua assenza,
che il poeta è là rinchiuso
in un’ottima dimora.
Se non fosse che la gloria
e il fulgóre della scienza,
toccata l’ora nota, e vile,
della cenere – per il vano
illuminato da una sera che
laggiù discende fiera –
risalgono verso il fuoco di
un puro sole umano!
Magnifico, totale e
solitario, tale trema
d’esalarsi il falso
orgoglio dei mortali.
O folla stralunata!
annuncia: dei nostri futuri
spettri siamo oggi la
triste opacità. Ma del lutto
il simbolo sparso su muri
fatui ho disprezzato
e il luccicante orrore di
una lacrima, quando,
sordo persino al mio sacro
verso che non teme,
uno di questi passanti,
fiero, cieco e muto,
avvolto nel suo sudario
vago, si trasformò
nell’eroe nuovo di
un’attesa postuma.
Golfo immenso spalancato
nel folto delle brume
dal vento inquieto di parole
impronunciate,
il Nulla a quest’uomo che
abolisce: “Rimpianti
d’orizzonti, tu dimmi la
Terra cos’è mai” – urla
quel sogno; e, con voce che
disperde la chiarezza,
un grido è il giuoco dello
spazio: “Non so!”
Il Maestro, con un profondo
sguardo, placa
dell’eden sui suoi passi la
turbata meraviglia,
il cui brivido finale per
la Rosa e per il Giglio
sveglia il mistero d’un
nome nella sua sola voce.
E di un simile destino non
rimane proprio nulla?
Rinunciate, o voi tutti,
all’oscura convinzione.
La splendente eternità del
genio non ha ombra.
Io, sollecito alla vostra
aspirazione, a chi ieri
disparve nell’ideale
compito a cui ci invitano
i giardini di quest’astro,
vedo sopravvivere,
per l’onore di un pacato
disastro, un fervore
solenne di parole nell’aria,
rosso ardente
e gran calice bianco che lo
sguardo (pioggia
o diamante) rimasto là sui
fiori di cui nessuno
si scolora, isola diafano
tra il giorno e l’ora.
È questa dei nostri veri
boschi già tutta
la presenza, ove al sogno
nemico del mestiere
la sottrae l’umile ed ampio
gesto del poeta:
affinché nel mattino delle
sue requie altere,
quando come per Gautier la
morte antica
è nel non aprire gli occhi
sacri e nel tacere,
s’innalzi, del viale
tributo ornamentale,
il sepolcro in cui giace
tutto ciò che nuoce,
e il silenzio avaro, e la
notte fatale.
– § – § – § –
Prosa (1884)
per des Esseintes
Iperbole! da mia memoria
trionfalmente non sai piú
levarti, oggi criptocifra
in duro libro di metallo:
e io installo con la
scienza
l’inno d’intimità
spirituali
in un mio lavoro di
pazienza,
atlanti erbarî e metodi
rituali.
Noi portavamo il nostro
viso
(fummo in due, io non lo
scordo)
su miraggi confrontati e
varî,
o sorella, i tuoi e i
paesaggi.
L’era delle autorità si
turba
se, senza motivo alcuno,
diciamo
di un meriggio (che il
nostro doppio
inconscio rende più
profondo) che,
suolo di cento iris il
luogo suo,
ed essi sanno bene se c’è
stato,
non reca nome d’oro
pronunciato
dalla sonante tromba
dell’Estate.
Sì: in un’isola in cui
l’aria
addensa sguardi e non
visioni
ogni corolla s’apre ben più
ampia
in assenza di
disquisizioni.
Tali, così immense che
ciascuna
come di consueto venne e
s’adornò
d’una luce di contorno,
lacuna,
che dai giardini le separò.
Gloria di pulsioni prolungate,
Idee, tutto m’esaltavo nel
vedere
la floreale cerchia di
iridate
ergersi a quest’inedito
dovere,
ma tu sorella di buon senso
teneramente m’inibisti il
volo:
un sorriso, e a
comprenderti
ora dedico il mio zelo.
Oh! apprenda lo spirito dei
litigi,
allorché cala tra di noi il
silenzio,
che dei gigli molteplici lo
stelo
troppo cresceva per la
nostra mente
e non come la riva piange,
se noiosa abusa del suo
inganno
a voler che vastità mi
colga
in mezzo a uno stupore ingenuo
d’udir per tutto il cielo e
mappa
senza posa attestati sui
miei passi,
da quell’onda stessa che
risacca,
che tale luogo non è
esistito mai.
Così rinunci al gesto che
t’estasia
avvertita fatta già per
esperienza
e pronunci una parola:
Anastasia!
figlia votata a pergamene
eterne,
prima che la tomba
s’invaghisca
sotto il nulla da cui nasce
di racchiudere quel nome:
Pulcheria!
celato da un gladiolo
troppo grande.
– § – § – § –
Qual seta dai balsami del tempo… (1885)
Qual seta dai balsami del
tempo
ove stanche si spengono
Chimere
vale l’attorta nuvola
selvaggia
che, fuor dello specchio,
tendi!
I pensosi lacerti di
bandiere
s’esaltano nel nostro
viale:
io almeno ho la tua chiama
nuda
per rifugiarvi occhi sì
gioiosi.
No! la bocca non sarà mai
certa
di gustare nulla coi suoi
morsi
se egli, il principesco
amante,
nella matassa folta di
memorie
non fa spirare, luce di
diamante,
il grido soffocato delle
Glorie.
– § – § – § –
Quando minacciò l’ombra… (1883)
Quando minacciò l’ombra
della legge fatale
L’antico Sogno, sete e pena
di mie vertebre,
affranto di perire sotto la
volta funebre
in me ripiegò l’ala che lo
dicea reale.
Lusso, o sala d’ebano ove
celebri ghirlande
per sedurre un re
s’attorcon nella morte,
non siete che superbia
mentita per le tenebre
agl’occhi d’un eremita
abbagliato dalla fede.
Sì, io so che lontan da
questa notte, Terra
getti d’una grande fiamma
l’insolito mistero
sotto i secoli sordidi che
l’oscurano di meno.
Che s’apra o si neghi lo
spazio sempre uguale
rotea in tale noia i vili
fuochi a testimoni
che da una stella in festa
s’è illuminato il genio.
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