TRADUZIONI DA MALLARMÉ



PREMESSA – TENTATIVO DI ACCOSTAMENTO A MALLARMÉ

Nel presentare l’iniziativa che ho qui l’impudenza di rendere pubblica, mi preme innanzi tutto dire con chiarezza che sono consapevole che di impudenza (o di protervia, se preferite) appunto si tratta. Tradurre poesia, e ancor piú poesia di altissimo livello, è impresa che per solito non tentano i titani – palesemente impegnati in ben altre faccende – quanto piuttosto i pazzi temerari, o gli innamorati confusi e accecati dalla passione, che son poi la stessa cosa... Poesia è ciò che non si può tradurre, sosteneva Thomas Eliot, pur accettando traduzioni di poemi suoi e leggendo quelle nella sua lingua di poeti stranieri. Mallarmé hanno tentato di tradurlo in molti, in italiano: a partire da certi “colossi” della nostra letteratura (come Ungaretti o Marinetti) per finire con i traduttori, per cosí dire, “di professione”, sovente a ciò indotti da editori ignari della difficoltà, oltre che del probabile fallimento dell’impresa in sede culturale (economica non è detto). E non saprei dire quanto gli uni e gli altri si siano resi conto dell’insolenza di cui hanno dato prova; di certo posso affermare che ne è consapevole chi oggi si pone su quella medesima strada, ossia va a proporre, con il presente libretto, la propria personale “versione” dei fatti. Cosí, in questa sede, non parlerò certo delle traduzioni altrui, ma parlerò invece dell’impossibilità del tradurre in generale, e altresí della traduzione che di tale impossibilità ho azzardato nel caso di questa cosí detta “traduzione” mia.
C’è da considerare in primis – fatto per altro risaputo e sul quale non mi soffermerò piú di tanto – che le trasposizioni da una lingua all’altra, e specialmente quelle relative a scritture capaci di sollecitare contenuti psichici complessi, cioè di sommuovere istanze di significato che non sono semplicemente e immediatamente rispecchiate nella letteralità testuale, nel rapporto puro e duro tra parola e suo valore semantico da dizionario, sono sempre parziali, approssimative, inesaustive, ovvero (a ben guardare) fatalmente insoddisfacenti. Ma lo sono in modo particolare, e piú grave ancora, quando la pretesa del traghettatore è quella di mantenere – rispetto al testo originale e alla semiosi che esso attiva – una “fedeltà” di significato, un’aderenza concettuale, una sostanzialità esatta, le quali, di fatto, sono rese impossibili dalla differenza e inconfrontabilità delle strutture significanti tra una lingua e l’altra: essendo che ogni lingua possiede un orizzonte psicologico a lei sola proprio e congruente, e che la stratificazione profonda del testo in rapporto a tale orizzonte è ciò che dà senso al “senso” nella sua completezza; se si tratta di poesia, a fortiori!
Questo vale, infatti, ogni qual volta la parola, in un testo originale, non è semplice trascrizione di un pensiero preformato e rappresentabile in assoluto, ossia anche al di là della sua forma verbale, ma si offre al contrario come luogo imprescindibile di creazione del pensiero nell’atto medesimo con cui essa si fa (la parola, la scrittura): sicché, nel suo farsi appunto, lo genera, lo accoglie, coltivandolo e accudendolo, e facendolo quindi germogliare come un fiore – direbbe esattamente Mallarmé – che era (in precedenza) l’assente da ogni mazzo. «A ognuno forse basterebbe, per scambiare il pensiero umano, prendere o mettere nella mano altrui, in silenzio, una moneta». Ovvero: per quali ragioni scrivere poesie se si tratta solo di concetti preesistenti che devono essere veicolati? E infatti, ancora Mallarmé in Crisi di verso: «A che pro la meraviglia di trasporre un fatto di natura nella sua quasi scomparsa vibratoria secondo il gioco della parola; se non perché ne emani, senza il fastidio di un prossimo o concreto richiamo, la nozione pura?». Tenterò di parafrasare, benché sia impresa ardua: per quale ragione stupirsi, provare la meraviglia di evocare un fatto reale, ossia di trasporlo nella sua quasi completa scomparsa – che avviene in base al gioco della parola (usando il linguaggio) – se non per ricavarne l’essenza piú pura e indicibile?
Ma l’essenza è già di per sé un’assenza. Questo distillato, che il linguaggio poetico coglie nel momento in cui astrae dalla concretezza del reale, è anche una mancanza, è l’anima della realtà e la sua negazione in sol tempo: l’assente da ogni mazzo. Pertanto è ovvio, piú che mai nel caso di Mallarmé, il poeta piú arduo e “complicato” di tutta la letteratura occidentale, che l’assunto di Eliot non lasci scampo: non si può tradurre. Quel che si potrà fare sarà tutt’al piú quel che ho tentato qui: si potrà provare a ri-generare una dimensione di stimolo per la mente, una rete di suggestioni, un’aura fatta di richiami e di risonanze, di effetti subliminali e di incanti evocativi: da un lato tenendo conto della natura propria della lingua in cui lo si fa, della sua capacità di agire nel profondo della psichicità collettiva di coloro che la parlano fin dalla nascita, dall’altro cercando di conseguenza maggiormente la restituzione di corrispettivi effetti di senso che non la trasposizione delle forme in sé e per sé, sulla base di norme grammaticali statuite, e infine ancora lavorando su una sensibilità personale, quella dell’autore della “traduzione”, che ben si gestisce in quanto appunto personale.
Su quest’ultimo aspetto desidero spendere qualche altra parola. Sono persuaso che un (sempre cosí detto) traduttore, se ha l’audacia di sentirsi a sua volta poeta, abbia il dovere di esprimere prima di tutto il proprio intendimento, la propria sensibilità, che si manifesta in una soggettivissima interpretazione della scrittura altrui, in buona sostanza le proprie emozioni di lettore, allorché ha l’altrettale audacia di trasporre nella sua lingua un poeta che ama. Credo infatti che il presunto rispetto per l’oggettività delle istanze poetiche dell’auto­re “trasposto” non solo sarebbe difficilmente praticabile – stante che una simile oggettività è un mero equivoco critico-didattico – ma configurerebbe altresí un atteggiamento del tutto dannoso, perché andrebbe ad implicare una terrificante banalizzazione del testo eponimo e un risultato del tutto parziale e perfino sciatto a livello di testo nuovo prodotto.
In un certo senso, in piú di un senso, la scrittura della congetturata “traduzione” viene ad essere, in tal modo, testo di poesia originale dell’autore nuovo, che andrà valutato sia per il suo pur indubbio rapporto con quel che è stato “tradotto”, sia di per sé, per quel che vale – e cioè riesce ad esprimere e a suscitare – in quanto testo a proprio turno autentico e autonomo. Il che nulla toglie al ruolo di ciò che viene “tradotto” e alla sua importanza nell’economia dell’operazione. Si tratta di ammettere che il gioco suggerito a chi legge Mallarmé in italiano, nella versione offerta da questo libro, sarà infine dialettico e in certo qual senso “equilibrato”: gioco d’equilibrio, insomma, dato che il lettore sarà chiamato ad oscillare tra il gradimento per l’opportunità che gli si prospetta di un plausibile approccio alla grande arte del poeta francese (plausibile e comunque per definizione parziale: non avendo egli, di fatto, o almeno cosí si presume, accesso linguistico diretto ai testi originali) e l’incombenza d’esser posto di fronte a una prova di scrittura italiana che intende accogliere la responsabilità di esibirsi come operazione letteraria nuova e valida. In tale gioco, è chiaro che Mallarmé, con il suo immenso carico di fascino e di cultura, con l’indicibile bellezza, perfezione e complessità delle proprie invenzioni verbali, funge da motore e da ineludibile punto di partenza, ideatore del progetto e del palinsesto, mentre l’autore dei versi italiani, il quale appunto non si è sottratto alla sfida, vuole provare ad essere una sorta di artista-inter­prete, di re-inventore, di corresponsabile dell’esito a pieno titolo: stabilendo con l’autore eponimo una relazione simile a quella (per intenderci) che un regista teatrale odierno – non di teatro borghese di pura “esecuzione”, ma di ricerca e di sperimentazione – intrattiene con le opere di un autore classico, dove cioè il testo originale rivive in un evento artistico che trae da esso vocazione e materiali, ma che non di meno accetta il rischio dell’opera nuova e indipendente.
Per entrare un poco nel merito del metodo impiegato, ossia anche per dare maggior sostanza a quanto è stato fin qui detto, ribadirò ancora che il testo italiano si guarda bene dall’inseguire una (impossibile) “fedeltà” ai testi francesi – la cui stupefacente forza rischierebbe un immediato collasso se essi fossero “tradotti alla lettera” – per mettere invece in primo piano valenze estetiche irrinunciabili, e per dare dunque ampio spazio alla propria esigenza di fare (prima di ogni altra cosa) poesia italiana. Ogni testo mallarmeano è stato ricostruito, piú che traslato, tenendo conto di scansione ritmiche e di effetti musicali che – sulla base della tradizione poetica nostra con il suo plurisecolare portato psicologico-culturale – sortiscono da scelte relative alla versificazione e alla retorica fonetica. Gioverà ripetere infatti che la poesia agisce (produce significato) muovendo da istanze formali ossessivamente coltivate, da valori plastici della parola che travalicano di gran lunga il campo delle sue adibizioni in ambito pratico o anche in sede letteraria prosastica; e che essa ottiene e sprigiona forza dal suo rendere la parola musicale, penetrando le piú recondite capacità di rimando e di associazione della medesima in chiave formale; e che è evidente che ogni lingua ha in tal senso caratteri esclusivi, e che impone una propria serie di “regole” (che non è il termine migliore), ma insomma un proprio spettro – per altro vastissimo – di giochi possibili e di correlati effetti. Cosí immaginare di poter “tradurre” senza rielaborare l’impianto verbale nella sua tessitura lessicale e sintattica, senza sostanzialmente sconvolgere la struttura del testo originario, equivale a disporsi a parafrasare in prosa, nella migliore delle ipotesi, e anche (dato che di prosa non si tratta) ad aprire le porte al ridicolo in versi.
Aggiungo che – nel rispetto delle convinzioni testé esposte – ho impiegato dove possibile metri esatti (l’endecasilla­bo per lo piú, ossia il metro italiano per eccellenza), talora anche provando a rafforzare la struttura del testo con rime e altre forme di consonanza, e comunque liberamente rapportandomi, di volta in volta, a meccanismi di costruzione ritmico-fonica che sentivo come “soddisfacenti” per quel dato passaggio verbale. Inutile ricordare che in Mallarmé ogni testo è in metrica rigorosa – siamo nel diciannovesimo secolo! – e che l’impianto rimario è onnipresente... Ma è anche palese che per far qualcosa di simile in italiano si dovrebbe rinunciare non dico alla già esecrata “fedeltà” testuale, ma piuttosto a qualunque sia pur vaga forma di attinenza contenutistica, il che equivale a dire che si dovrebbero scrivere poesie in proprio e non proporre quelle di un altro poeta... Senza contare che cotali rigidezze e regolarità sortirebbero alle orecchie del lettore odierno effetti di certa stucchevolezza o quanto meno di antiquariale prostrazione!
Anche per questo problema si è trattato dunque di affidarsi al buon senso, quasi istintivo, che la consuetudine con la scrittura poetica, in versi e non solo in versi, può concedere di mettere in opera: elaborando ogni volta i corrispettivi ammissibili, ovvero percepiti come adeguati, della magnifica texture mallarmeana, saggiando talora piú il tono e il timbro che non l’esito immediato di contenuto discorsivo, e considerando che tale esito, poi, non è per nulla cosí immediato – provenendo da Mallarmé – nemmeno nell’originale francese. Ho tentato di schiudere il mio testo alle maggiori ampiezze di alone semantico e di vibrazione interna della parola, agendo per cosí dire “in parallelo” al testo da tradurre; ho cercato quindi l’eco reciproca di ogni parola sul­l’altra, il rimando evocativo insistito, e per farlo ho mobilitato tutte le risorse della retorica, tutti gli slittamenti metaforici, tutte le ambiguità sintattiche, tutte le prerogative di apertura, appunto, che la mia lingua e il mio ingegno mi hanno saputo suggerire. Rimane che sarà il lettore a giudicare la qualità del lavoro fatto, anche come risposta al proprio desiderio di godimento estetico, e a valutare la possibilità di trarne qualche frutto per il proprio tentativo di accostamento all’ineffabile continente Mallarmé.



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INDICE


Brindisi (1893)
Il pomeriggio di un fauno (1876)
Taciuto all’opprimente nembo… (1895)
Foglio d’album (1890)
Tomba (anniversario, gennaio 1897)
Ventaglio (di Méry Laurent, 1890)
Ventaglio (di Madame Mallarmé, 1890 ca.)
Brezza marina (1865)
Il vergine, il vivace… (1885)
Vittoriosamente scampato… (1885 ca.)
La tomba di Baudelaire (1895)
Stanco dell’amaro riposo… (1864)
Brindisi funebre (1872-73)
Prosa (1884)
Qual seta dai balsami del tempo… (1885)
Quando minacciò l’ombra… (1883)




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Brindisi (1893)


Nulla, una schiuma, vergine verso
A non designar che la coppa;
Cosí lontano una frotta si tuffa
Di sirene, più d’una riversa.

Navighiamo, o miei diversi
Amici, io di già sulla poppa
Voi sulla prora fastosa che fende
Il flutto di fólgori e inverni;

Una bella ebbrezza mi spinge
Senza temer del suo stesso rollío
In piedi a far questo brindisi

Solitudine, stella, scogliera

A tutto ciò che ci valse

Il bianco affanno della nostra tela.






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Il pomeriggio di un fauno (1876)
(Egloga)


Il Fauno

Quelle ninfe, io le voglio perpetuare.

Sí trasparente,
e leggero il loro incarnato, ch’esso nell’aria
volteggia assopita di torpori fitti.

Amai forse un sogno?

Il mio dubbio, groviglio di una notte antica, si estingue

in piú d’un rameggio sottile, il quale, rimasto gli stessi
veri boschi, prova, ahimè! ch’ero io solo a celebrare
il mio trionfo nell’ideale disguido delle rose.
Riflettiamo...

o se le femmine di cui parli
fossero d’augurio ai tuoi sensi favolosi!
Fauno, l’illusione dilegua dagli occhi azzurri
e freddi della piú casta, come una sorgente in lacrime:
ma dell’altra, colma di sospiri, puoi tu dire che si
insinui nel tuo vello come diurna e calda brezza?
No! Nell’immobile e languido deliquio che di calori
soffoca il mattino fresco se a lui si oppone,
non mormora altra acqua che quella del mio flauto
versata sui cespugli in gocciole d’accordi;
e il solo vento che muove dai calami accoppiati
anzi che il suono si disperda in pioggia secca,
è, all’orizzonte non turbato da una ruga,
il visibile e sereno soffio artificiale
dell’ispirazione, che ritorna al cielo.

O rive siciliane di una placida palude

che la mia vanità depreda in concorrenza ai soli,
silenziosa sotto i fiori di scintille, NARRATE
Che io intagliavo là le cave canne
e le domavo col talento; quando, sull’oro glauco
di lontane sponde recanti i loro rami alle fontane,
ondeggia nel riposo una parvenza bianca d’animali:
e come nel preludio lento da cui nascono i richiami
quello stormo di cigni, no! di naiadi si pone in salvo
o si tuffa...”

Inerte, tutto brucia nell’ora fulva
senza rivelare per che arte dileguò insieme
troppo imeneo auspicato da chi cerca il la:
allora mi risveglierò intatto al mio fervore,
eretto e solo, sotto un fiotto di luce antico,
Giglio! e uno di voi tutti per l’ingenuità.

Ben piú di un dolce nulla sussurrato dalle labbra,
il bacio, che sottovoce delle perfide fa certi,
un morso misterioso sul mio seno, già vergine
di prove, attesta un dente venerato;
ma basta! tale arcano elesse a confidente
il vasto giunco gemino che sotto l’azzurro
suona: che invoca a sé lo stupore della guancia,
e sogna, in un assolo prolungato,
di illudere bellezza intorno con sottili
malintesi tra lei stessa e il nostro canto;
e così, come fa amore in alto modulando,
dalla consueta immagine di un dorso o liscio
fianco seguíti a occhi chiusi, di fare
evaporare una vana melodia conforme.

Cerca dunque, strumento di mie fughe, o malefica
siringa, di rifiorire là sui laghi ove attende
questa fede! Io, del mio clamore fiero, vo
a parlare delle dee; e con fanatiche pitture
alle loro ombre slaccerò altre cinture:
così, quando dell’uve ho succhiato tutto
il chiaro, per opporre al mio rimpianto
una finta che lo eluda, ridendo, io levo
al cielo estivo il grappolo svuotato, e avido
d’ebbrezza, soffiando le sue bucce luminose
io vi guardo dentro fino a sera.

O ninfe, inturgidiamo altri RICORDI.
“Il mio occhio, traforando i giunchi, dardeggiava
ogni immortale nuca, che la ferita andava a spegnere
nell’acqua, con un grido di furore lanciato ai cieli
e alle foreste; e il tuffo splendido dei capelli
già dispare tra lampi e brividi, o gioielli minerali!
Accorro; allorché s’intrecciano ai miei piedi (sfinite
di languore per quel male d’esser due) due dormienti,
avvinte nell’azzardo delle braccia; le rapisco,
e, senza separarle, volo a quel folto esecrato
d’ombra frivola, di rose esalanti al sole ogni profumo,
che vedrà i nostri guizzi fare a gara con la luce consumata.”
Io t’adoro, corruccio delle vergini, o selvatica
delizia di un fardello sacro e nudo che di sdegno
sguscia dal mio labbro in fuoco mentr’ei si beve,
in un lampo che trasale! il terrore ascoso della carne:
dai pie’ dell’inumana al cuore della pavida
quando insieme le abbandona un’innocenza sola,
irrorata di sciocchi pianti o di umori meno tristi.
“Il mio delitto, lieto di sgominare le paure
traditrici, è d’aver disciolto una matassa
di capelli e baci che gli dei volevano legati:
poiché, se cercavo di nascondere nelle felici
pieghe d’una sola il mio sorriso audace
(all’altra ingenua toccando con un dito
il suo candor di piuma, ché si tingesse
nel vedere la sorella sì turbata: ed ella
neppure ne arrossiva), ecco che dalle mie braccia,
ammolcite da trapassi sovrumani,
quel bottino se ne fugge ingrato e senza pena
per il singhiozzo di cui ero ancora inebriato.”

Tanto peggio! Verso la fortuna altre mi condurranno
con le trecce avvinghiate alle corna del mio capo:
tu sai, mia passione, che purpurea e già matura
ogni melagrana scoppia e d’api mormora;
e il nostro sangue, avido di chi lo vuole assaporare,
scorre fluido per l’eterno sciame del desiderio.
Nell’ora che vede questo bosco tingersi d’oro
e cenere, una festa s’esalta tra le foglie spente:
Etna! è alle tue pendici dimora di Venere
ch’ella posa i talloni puri tra le lave,
quando romba un sonno uggioso o la fiamma cede.
Regina, ti tengo!

O inevitabile castigo...
No, ma l’anima
svuotata di parole e questo corpo appesantito
tardi si piegano all’imperiosa quiete del meriggio:
è il caso di dormire ora nell’oblio della bestemmia,
disteso sulla sabbia arida e, come mi piace,
con la bocca aperta all’astro valido del vino!

Coppia, addio; vado a conoscere l’ombra che divenisti.






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Taciuto all’opprimente nembo… (1895)


Taciuto all’opprimente nembo
scoglio di basalto e lava
persino all’eco schiava
di una tromba senza vanto

Il naufragio ricco di disastro
(tu lo sai, schiuma, ma ci sputi)
unico e supremo dei detriti
nudo abolisce l’albero maestro

Oppur furente in che mancato
d’una più alta simile rovina
tutto il vano abisso dispiegato

Nel così bianco pelo che trascina
avaramente avrà annegato
un fianco di sirena ancor bambina.





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Foglio d’album (1890)


D’un tratto e via per gioco
fanciulla che voleste un poco
udire il legno rivelarsi
dei miei svariati flauti

A me par che simil gara
tentata innanzi alla natura
a qualcosa valga se la poso
solo per guardarvi in viso

Sí questo vano soffio
ch’escludo al limite remoto
il mezzo perde per inibito dito
allor che riprodurre vanta

Il vostro naturale e chiaro
riso infantile che l’aria incanta.




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Tomba (anniversario, gennaio 1897)


Il masso crucciato che bora vi giri
non si placherà sotto mani pietose
tastanti, a benedire un calco funesto,
la sua somiglianza con i dolori umani.

Qui se vi tuba quasi sempre il colombo
un lutto simbolico con nubili manti
opprime l’astro votato al domani
che le schiatte farà brillare d’incanti.

Chi cerca, percorrendo il balzo solitario
o ieri esteriore del nostro vagabondo –
Verlaine? Nell’erba è nascosto Verlaine

A non cogliere che mitemente concorde
senza labbra bagnarvi o seccarvi il respiro
un rivo poco profondo calunniato la morte.




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Ventaglio (di Méry Laurent, 1890)


Per vivere tutte in una sola
qual bianco calice improvviso
sí rose frigide interromperanno
il soffio vostro divenuto brina

Ma che il mio palpito dischiuda
con uno choc profondo il mazzo
per cui sia fusa tal freddezza
in un sorriso ebbro di fiorire

E a sparger cieli nel dettaglio
piú che una fiala ben serrata
tu mi convieni o buon ventaglio

Ché senza occludere a smeriglio
illibata interdici che dilegui
di Méry l’essenza profumata.




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Ventaglio (di Madame Mallarmé, 1890 ca.)


Con in guisa di linguaggio
non che un palpito celeste
s’apre il verso d’avvenire
staccato da una ricca veste

Ala di sussurri messaggera
tal ventaglio se è lo stesso
cui alle spalle ha luccicato
il riflesso di uno specchio

Limpido (ma già si posa
calata grano dopo grano
un po’ di cenere sottile
sola a rendermi inameno)

E ancora tale esso appare
in mano lesta a ventilare




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Brezza marina (1865)


La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri.
Fuggire! fuggir lontano! Io sento uccelli che son ebbri
di viver tra le spume ignote e i cieli. Nulla,
neppure i bei giardini che son riflesso agli occhi
fermeranno questo cuore che si tuffa in mare,
o notti! Né la luce desolata della lampada
sull’illibato foglio che il biancor difende,
né la giovane donna che allatta il proprio infante.
Partirò! Nave dall’ondeggiante velatura,
leva l’ancora per un’esotica natura!

Una noia, afflitta da speranze ben crudeli,
crede ancora agli addii fatali dei foulards!
E forse l’albero maestro, invito alle tempeste,
è di quelli che il vento piega nello schianto
dei naufragi: senz’alberi, senz’alberi, né isole feconde...
Ma ascolta, o mio cuore, dei naviganti il canto!




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Il vergine, il vivace… (1885)


Il vergine, il vivace, l’oggidí stupendo
verrà a squarciare con un ebbro colpo d’ali
questo duro lago ch’è obliato sotto il gelo
di un limpido ghiacciaio di mai spiccati voli!

Un cigno d’altri tempi si rammenta che fu lui
la Gioia... ma di librarsi non ha piú speranza,
se del vivere ha taciuto la regione in cui
quando l’inverno sterile risplende nella noia.

Il lungo collo scuoterà una lenta morte bianca
inflitta dallo spazio all’uccello che lo nega,
ma non l’onta del suolo ove la piuma è presa.

Fantasma che a quella terra il suo fulgóre arreca,
s’immobilizza in un sogno freddo di disdegno
di cui s’avvolge nell’esilio ozioso, il Cigno.




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Vittoriosamente scampato… (1885 ca.)


Vittoriosamente scampato il suicidio bello,
brace di gloria! sangue che schiuma! oro! tempesta!
O gioia se in basso un rossore s’appresta
a decorare regale il mio sepolcro che manca.

Che! di tutto lo schianto non un lembo rimane
a vincere l’ombra che ci fa festa (è mezzanotte)
a meno che un gioiello presuntuoso di testa
non versi l’accarezzato languor senza lume,

La tua, sí, che è sempre delizia! La tua
che sola del cielo scomparso trattiene
nella chioma un po’ di puerile trionfo

Di luce: allorché sui cuscini la posi
elmo guerriero di imperatrice bambina
raffigurabile solo come pioggia di rose.





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La tomba di Baudelaire (1895)


Inumato il tempio diffonde dalla bocca
funesta cloaca bavosa di melma e rubini
il muso infiammato che latra selvaggio
di qualche abominevole idolo Anubi

O che il moderno gas torca la miccia
losca che copre si sa le offese subite
crudo esso accende un pube immortale
il cui furto nel chiarore si scopre

Qual fronda secca nelle città senza sera
potrà bene dire come l’Ombra si placa
di Baudelaire invano contro il marmo votivo

Assente nel velo che la cinge di brividi
lei la sua Ombra un tutelare veleno
respira inesausta mentre noi ne moriamo.






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Stanco dell’amaro riposo (1864)


Stanco dell’amaro riposo ove pigrizia offende
la gloria per cui un tempo io fuggii l’infanzia
adorabile dei boschi di rose sotto l’azzurro
naturale, e sette volte più stanco
del voto crudele di aprire vegliando una fossa
nella terra fredda e ingrata del mio cervello,
un becchino spietato per la sua sterilità:
 – Che dire all’Aurora, o Sogni, visitato
da rose, quando, spaurito dai lividi fiori,
il gran cimitero unirà le sue fosse vuote? – 

Io voglio abbandonare l’Arte vorace di un paese
crudele, e, sorridendo ai rimproveri antichi
che mi fanno gli amici, il passato, il genio
e la lampada che troppo conosce di questa agonia,
voglio imitare il Cinese dal cuore limpido e fine
la cui estasi pura è nel dipingere su tazze di neve,
nel bianco rapito alla luna, la fine di un fiore,
che la trasparente sua vita bizzarro profuma,
il fiore che egli ha sentito, ancora fanciullo,
innestarsi alla filigrana turchese dell’anima.
E, tale nel sogno palese del saggio la morte,
sereno io sceglierò un paesaggio aurorale
per dipingerlo ancora su tazze, incurante.
Un lago è linea pallida d’azzurro sottile
nella porcellana di un cielo senza sostanza,
una falce di luna perduta in una nuvola bianca
immerge il placido corno nell’acqua di fredde falde,
poco lontano da tre lunghe ciglia di canne, smeralde.





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Brindisi funebre (1872-73)


Della nostra fortuna, tu, il fatale emblema!

O livida bevuta, saluto di demenza, non credere
che alla magica speranza di un incontro io alzi
questa coppa vuota in cui soffre un mostro d’oro!
Il tuo fantasma non potrà bastarmi: perché io stesso
ti ho calato in una stanza di porfido sontuoso.
Il solo rito è nelle mani che spengono la torcia
contro il ferro duro delle porte della tomba:
e mi è difficile ignorare, scelto in questa
cerimonia famigliare a dire in versi la sua assenza,
che il poeta è là rinchiuso in un’ottima dimora.
Se non fosse che la gloria e il fulgóre della scienza,
toccata l’ora nota, e vile, della cenere – per il vano
illuminato da una sera che laggiù discende fiera –
risalgono verso il fuoco di un puro sole umano!

Magnifico, totale e solitario, tale trema
d’esalarsi il falso orgoglio dei mortali.
O folla stralunata! annuncia: dei nostri futuri
spettri siamo oggi la triste opacità. Ma del lutto
il simbolo sparso su muri fatui ho disprezzato
e il luccicante orrore di una lacrima, quando,
sordo persino al mio sacro verso che non teme,
uno di questi passanti, fiero, cieco e muto,
avvolto nel suo sudario vago, si trasformò
nell’eroe nuovo di un’attesa postuma.
Golfo immenso spalancato nel folto delle brume
dal vento inquieto di parole impronunciate,
il Nulla a quest’uomo che abolisce: “Rimpianti
d’orizzonti, tu dimmi la Terra cos’è mai” – urla
quel sogno; e, con voce che disperde la chiarezza,
un grido è il giuoco dello spazio: “Non so!”

Il Maestro, con un profondo sguardo, placa
dell’eden sui suoi passi la turbata meraviglia,
il cui brivido finale per la Rosa e per il Giglio
sveglia il mistero d’un nome nella sua sola voce.
E di un simile destino non rimane proprio nulla?
Rinunciate, o voi tutti, all’oscura convinzione.
La splendente eternità del genio non ha ombra.
Io, sollecito alla vostra aspirazione, a chi ieri
disparve nell’ideale compito a cui ci invitano
i giardini di quest’astro, vedo sopravvivere,
per l’onore di un pacato disastro, un fervore
solenne di parole nell’aria, rosso ardente
e gran calice bianco che lo sguardo (pioggia
o diamante) rimasto là sui fiori di cui nessuno
si scolora, isola diafano tra il giorno e l’ora.

È questa dei nostri veri boschi già tutta
la presenza, ove al sogno nemico del mestiere
la sottrae l’umile ed ampio gesto del poeta:
affinché nel mattino delle sue requie altere,
quando come per Gautier la morte antica
è nel non aprire gli occhi sacri e nel tacere,
s’innalzi, del viale tributo ornamentale,
il sepolcro in cui giace tutto ciò che nuoce,
e il silenzio avaro, e la notte fatale.





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Prosa (1884)
per des Esseintes


Iperbole! da mia memoria
trionfalmente non sai piú
levarti, oggi criptocifra
in duro libro di metallo:

e io installo con la scienza
l’inno d’intimità spirituali
in un mio lavoro di pazienza,
atlanti erbarî e metodi rituali.

Noi portavamo il nostro viso
(fummo in due, io non lo scordo)
su miraggi confrontati e varî,
o sorella, i tuoi e i paesaggi.

L’era delle autorità si turba
se, senza motivo alcuno, diciamo
di un meriggio (che il nostro doppio
inconscio rende più profondo) che,

suolo di cento iris il luogo suo,
ed essi sanno bene se c’è stato,
non reca nome d’oro pronunciato
dalla sonante tromba dell’Estate.

Sì: in un’isola in cui l’aria
addensa sguardi e non visioni
ogni corolla s’apre ben più ampia
in assenza di disquisizioni.

Tali, così immense che ciascuna
come di consueto venne e s’adornò
d’una luce di contorno, lacuna,
che dai giardini le separò.

Gloria di pulsioni prolungate,
Idee, tutto m’esaltavo nel vedere
la floreale cerchia di iridate
ergersi a quest’inedito dovere,

ma tu sorella di buon senso
teneramente m’inibisti il volo:
un sorriso, e a comprenderti
ora dedico il mio zelo.

Oh! apprenda lo spirito dei litigi,
allorché cala tra di noi il silenzio,
che dei gigli molteplici lo stelo
troppo cresceva per la nostra mente

e non come la riva piange,
se noiosa abusa del suo inganno
a voler che vastità mi colga
in mezzo a uno stupore ingenuo

d’udir per tutto il cielo e mappa
senza posa attestati sui miei passi,
da quell’onda stessa che risacca,
che tale luogo non è esistito mai.

Così rinunci al gesto che t’estasia
avvertita fatta già per esperienza
e pronunci una parola: Anastasia!
figlia votata a pergamene eterne,

prima che la tomba s’invaghisca
sotto il nulla da cui nasce
di racchiudere quel nome: Pulcheria!
celato da un gladiolo troppo grande.




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Qual seta dai balsami del tempo… (1885)


Qual seta dai balsami del tempo
ove stanche si spengono Chimere
vale l’attorta nuvola selvaggia
che, fuor dello specchio, tendi!

I pensosi lacerti di bandiere
s’esaltano nel nostro viale:
io almeno ho la tua chiama nuda
per rifugiarvi occhi sì gioiosi.

No! la bocca non sarà mai certa
di gustare nulla coi suoi morsi
se egli, il principesco amante,

nella matassa folta di memorie
non fa spirare, luce di diamante,
il grido soffocato delle Glorie.




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Quando minacciò l’ombra… (1883)


Quando minacciò l’ombra della legge fatale
L’antico Sogno, sete e pena di mie vertebre,
affranto di perire sotto la volta funebre
in me ripiegò l’ala che lo dicea reale.

Lusso, o sala d’ebano ove celebri ghirlande
per sedurre un re s’attorcon nella morte,
non siete che superbia mentita per le tenebre
agl’occhi d’un eremita abbagliato dalla fede.

Sì, io so che lontan da questa notte, Terra
getti d’una grande fiamma l’insolito mistero
sotto i secoli sordidi che l’oscurano di meno.

Che s’apra o si neghi lo spazio sempre uguale
rotea in tale noia i vili fuochi a testimoni
che da una stella in festa s’è illuminato il genio.





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